Johanna Anturaniemi , Sara Zaldívar-López, Huub F. J. Savelkoul, Kari Elo and Anna Hielm-Björkman
Front. Vet. Sci., 16 October 2020 | https://doi.org/10.3389/fvets.2020.552251

 

Vi presentiamo un articolo che evidenzia da un lato gli effetti della dieta sull’espressione genica e, dall’altro il suo potenziale nel miglioramento dell’immunità innata e nella riduzione dello stress ossidativo.

La dermatite atopica canina (CAD) ha una base ereditaria che viene modificata dalle interazioni con l’ambiente, compresa la dieta. I geni espressi in modo differenziale nella pelle non lesionata, determinati dal sequenziamento dell’RNA prima e dopo un intervento dietetico, sono stati confrontati tra cani con CAD naturale (n = 4) e cani sani (n = 4). I cani sono stati alimentati con un comune alimento commerciale ad alto contenuto di carboidrati lavorato a caldo (dieta a base di crocchette) (n = 4) o con un alimento ad alto contenuto di grassi non trasformato (dieta a base di carne cruda) (n = 4). Alla fine dell’intervento dietetico, sono stati trovati 149 trascritti espressi in modo differenziale tra i cani atopici e quelli sani. Le principali vie canoniche alterate dalla disregolazione di questi geni erano la segnalazione dell’angiopoietina, la segnalazione del fattore di crescita epidermico, l’attivazione dell’angiogenesi e le alterazioni nella proliferazione dei cheratinociti e nel metabolismo dei lipidi.

 

Stefanie Riemer, Carmen Heritier, Ines Windschnurer, Lydia Pratsch, Christine Arhant and Nadja Affenzeller
Animals 2021, 11, 158. https://doi.org/10.3390/ani11010158

Lo stress non è solo durante il viaggio: un’altra situazione potenzialmente causa di stress nel cane e nel gatto è proprio la visita veterinaria, o l’attesa prima di essa. Infatti, la maggior parte dei cani e dei gatti ha paura durante le visite veterinarie e di conseguenza alcuni individui possono mostrare aggressività. Esaminiamo i modi per evitare stress ed esperienze negative e promuovere emozioni positive negli animali che visitano il veterinario.

Ogni volta che un animale è in struttura, il medico veterinario dovrebbe sforzarsi di rendere la visita il più piacevole possibile, utilizzando un linguaggio del corpo non minaccioso e creando associazioni positive. Cibo di alto valore (a meno che un animale non debba essere a digiuno) o giocattoli dovrebbero essere usati generosamente durante la visita.
Nell’interazione con gli animali, metodi di gestione a basso stress, brevi pause e regolazione della procedura in base al linguaggio del corpo dell’animale li aiutano a sentirsi sicuri. Le distrazioni possono essere utilizzate per ridurre al minimo il dolore percepito, ad esempio dalle iniezioni.
Per gli animali molto timorosi, sono disponibili diverse opzioni di farmaci che possono essere somministrate prima della visita veterinaria per aiutarli con le loro paure. Con la formazione basata sulla ricompensa, gli animali possono imparare ad accettare le procedure veterinarie. Una visita veterinaria senza stress avvantaggia tutte le parti coinvolte: gli animali, i loro proprietari e il team veterinario.

 

Thomas M. Barber , Georgios Valsamakis, George Mastorakos, Petra Hanson, Ioannis Kyrou, Harpal S. Randeva and Martin O. Weickert
Mol. Sci. 2021,22,3502. https://doi.org/10.3390/ijms22073502

Vi presentiamo un articolo dove emerge la centralità del microbiota intestinale, definito quasi come un “nuovo organo”, con la capacità di influenzare e di essere influenzato dal metabolismo e da fattori esterni, come dieta, ambiente e comportamento.
La comunicazione bidirezionale tra il tratto gastrointestinale (GI) e il cervello è definita asse intestino-cervello. Coinvolge percorsi endocrini e neurali (nervi parasimpatici e nervi simpatici) e interazioni con il sistema immunitario gastrointestinale e il microbiota intestinale.

L’asse intestino-cervello svolge un ruolo cruciale nella modulazione del funzionamento fisiologico del tratto gastrointestinale e del cervello.
Da una prospettiva evolutiva, possiamo comprendere la rilevanza dei meccanismi che collegano il cervello e il microbiota intestinale. Dato il controllo centrale dell’appetito, dei processi metabolici chiave e dei comportamenti alimentari, non sorprende che elementi dell’asse microbiota-intestino-cervello abbiano un posto di rilievo nelle interazioni fra microbiota intestinale-ospite. In breve, il nostro microbiota intestinale si è co-evoluto con noi per manipolare il nostro cervello a proprio vantaggio e viceversa. La delucidazione dei meccanismi effettivi implicati e l’influenza dei fattori sia del microbiota che dell’ospite rimangono una sfida importante per il futuro.
In risposta allo stress, la segnalazione molecolare nell’asse intestino-cervello può essere alterata, sia nella via discendente che in quella ascendente. Le alterazioni possono essere risposte adattative, che consentono all’organismo di far fronte alle minacce ambientali e di mantenere l’omeostasi.

Le future linee guida sulle strategie di stile di vita per il benessere dovrebbero integrare consigli sulla creazione e il mantenimento ottimale di un microbiota intestinale sano attraverso la dieta e altri mezzi. Anche se siamo ciò che mangiamo, cosa forse più importante, siamo ciò su cui prospera il nostro microbiota intestinale e loro prosperano su ciò che mangiamo.

 

Idee per la gestione del problema senza dover ricorrere ai cannabinoidi

“Valarie V. Tynes, DVM, DACVB, DACAW”

 

Per molte persone l’anno 2020 è stato difficile, stressante, caratterizzato da molti cambiamenti onerosi, e per altri anche dall’arrivo di un nuovo compagno nel nucleo familiare. Infatti, in Italia l’Enpa, Ente Nazionale Protezione Animali, ha rilevato che 8.100 cani e 9.500 gatti hanno trovato una famiglia, con un incremento di oltre il 15% rispetto all’anno precedente.

Gli animali domestici nel periodo pandemico hanno determinato benefici psicologici e affettivi, e tornando alla normalità potrebbero pagare il conto di una separazione quotidiana dai loro proprietari, con una probabile alterazione del comportamento, e attualmente non prevedibile nelle tipologie con cui si manifesterà.

L’ansia da separazione è stata tradizionalmente definita come un disagio marcato che si manifesta solo in assenza o percepita assenza del proprietario (figura di attaccamento). I classici segni clinici associati all’ansia da separazione includono la vocalizzazione, la distruttività e la sporcizia domestica. Alcuni cani mostrano una risposta più depressa, dove diventano ritirati e completamente inattivi, altri mostrano livelli estremi di panico e comportamenti di fuga che degenerano in auto-trauma. comune nei cani che vengono posti in gabbia. La maggior parte dei cani non mangia quando è sola e ritorna al cibo dopo il ritorno dei loro proprietari. Altre caratteristiche associate all’aumento dell’ansia da separazione, includono: i preparativi per la partenza; i saluti eccessivi al ritorno, anche se spesso descritto come comportamento “aderente” al ritorno a casa del proprietario. Tuttavia, è stato scoperto che l’aumento dell’ansia non è costantemente presente in tutti i cani che mostrano ansia da separazione. Pertanto, ogni cane con diagnosi di ansia da separazione, ne subisce lo stato perché separato dal suo proprietario, oppure subisce altro stato emotivo, come paura o frustrazione? Senza una migliore comprensione delle motivazioni che determinano tale stato, permane l’incertezza di come prevenirlo., così come i risultati, seppur inconcludenti, suggeriscono che “l’iper-attaccamento” non è necessariamente causa d’ansia, poiché non tutti i cani con ansia da separazione, mostrano iper-attaccamento e non tutti i cani con segni di iper-attaccamento mostrano ansia da separazione.

Fino a quando non aumenterà l’oggettiva conoscenza, la prevenzione dell’ansia da separazione potrebbe essere mitigata dall’insegnamento ai cani a star da soli, monitorandoli, necessario per confermare la mancanza d’ansia da separazione. Tuttavia, è noto è che a causa della natura dell’apprendimento, i cani che subiscono angoscia quando sono soli o confinati, manifestano un peggioramento generale in regime di continuità. Pertanto, il riconoscimento precoce e l’intervento appropriato potranno giovare per la riduzione dello stato d’ansia.
Il modo migliore, in realtà l’unico, per una diagnosi accurata dell’ansia da separazione, è chiedere al proprietario dell’animale di documentare con alcuni minuti di video, riferiti al comportamento del proprio cane dopo che ha lasciato la casa.  Senza il video, se il proprietario basa la sua preoccupazione solo sui segni di distruzione, sporcizia o segnalazioni di vocalizzi, potrebbe essere erroneamente diagnosticata ansia da separazione, anziché disagio associabile a stimoli esterni, determinati da veicoli, persone o animali. Spesso ai cani che sporcano in casa, è diagnosticata erroneamente l’ansia da separazione, mancando un opportuno e completo addestramento. Non rilevare i comportamenti descritti, non esclude lo stato d’ansia del cane, che invece, potrebbe manifestarsi sorprendentemente; perciò, il medico veterinario raccomanda al proprietario il ricorso al video, per determinarne lo stato di tranquillità. Inoltre, con i cuccioli o nuovi arrivati, il proprietario dell’animale dovrà assicurarsi che l’utilizzo di una gabbia o altro un mezzo di confinamento, il cane si senta comunque a suo agio. Acquisita una registrazione video rappresentativa, il proprietario riconoscerà se il cane è ansioso, anche con il contributo dei seguenti comportamenti.
I cani che camminano, ansimano o vocalizzano sono probabilmente ansiosi; se scalpitano alla porta o camminano nervosamente dalla porta alla finestra, sono probabilmente ansiosi. Se lo stato d’ansia è diagnosticato, può essere utile raccomandare al proprietario di trascorre più tempo con il proprio cane-

La gestione dell’ansia da separazione dovrebbe possibilmente basarsi sulla prevenzione. Infatti, l’esperienza ripetuta di ansia, per un luogo o per circostanze, ne determina il progressivo peggioramento. È importante e fondamentale raccomandare ai proprietari di non confinare il cane in una gabbia per evitare ulteriori danni, ma procedere con l’addestramento educativo, per evitare l’autolesionismo.

Opzioni che possono essere utili:

– affidare il cane a un dog sitter.

– lasciare il cane a una persona di fiducia che se ne curi, oppure con sé sul posto di lavoro.

– individuare un altro luogo in casa diverso dal precedente, previa la documentazione video.

Altre forme di intervento prevedono la somministrazione di feromoni, nutraceutici e farmaci ansiolitici. Tali trattamenti, ben documentati, esulano come argomento dallo scopo di questo articolo. Il successo nel trattamento dell’ansia da separazione può essere difficile. Gli interventi più studiati (farmaci e feromoni) hanno dimostrato di ridurre i segni associati all’ansia da separazione nella maggior parte dei casi. I casi risoluzione completa non sono numerosissimi. Inoltre, la modifica del comportamento, spesso finalizzata a insegnare al cane ad essere più indipendente o a diminuire le risposte ai segnali di partenza, può essere una sfida per molti proprietari; se non eseguiti correttamente, alcuni di questi esercizi possono peggiorare il comportamento del cane. Molti proprietari potrebbero essere assistiti da un addestratore qualificato, per ottenere la modifica del comportamento del proprio cane. Con il costante aumento della popolazione dei cani, probabilmente aumenteranno i soggetti con ansia da separazione. Un’attenta analisi situazionale dei comportamenti, proprietario-cane, potrebbe migliorare l’applicazione degli strumenti preventivi, con attesi benefici per tutti.

Il medico veterinario ha un’ottima e produttiva occasione da cogliere per essere al centro del miglioramento della qualità della vita del cane e del proprietario.

L’esigenza di un “position paper” si rende opportuna, per la crescente diffusione di derivati dalla cannabis, dovuta a un sempre maggior interesse per “la cannabis”, diffuso tra i proprietari di animali da compagnia. L’esigenza di un “position paper” è mossa dalla crescente diffusione di derivati dalla cannabis e dal parallelo interesse in campo animale, soprattutto fra i proprietari di animali da compagnia.
Un parere è stato emesso dalla Federazione dei Veterinari Europei (FVE) all’11 Giugno 2021. Infatti, la FVE ha rilevato che numerosi prodotti presenti sul mercato formulati con cannabinoidi, non sono etichettati correttamente, sia per la riconoscibilità degli attivi presenti, sia per le indicazioni di dosaggio, così contribuendo all’incertezza e alla confusione per i medici veterinari e i proprietari.

NBF Lanes da sempre uniforma l’etichettatura alle regole poste dalla normativa, con la necessaria e ineludibile corrispondenza tra il dichiarato, l’etichetta e il contenuto, le materie prime, così come è per i prodotti Perognidol e Perognidol Forte*, in modo da renderne certi l’uso e le modalità nel pieno rispetto della legalità.

Per essere sempre ben informati consigliamo di controllare il sito di FVE, di ANMVI e FNOVI, abitualmente celeri nel pubblicare le linee guida ufficiali.

Intanto vi proponiamo il “position paper” approvato dalla FVE e un articolo, pubblicato nel 2021 sulla rivista “Animals”, dove vengono ribadite le medesime necessità di chiarezza nella medicina veterinaria in entrambi i lati dell’Atlantico, e fatto un esaustivo quadro dell’utilizzo attuale dei derivati cannabinoidi in medicina veterinaria.

Buona lettura

 

*l’olio di canapa, materia prima utilizzabile in alimentazione animale (Regolamento UE 1017/2017), rappresenta una fonte naturale di fitocannabinoidi, terpeni e flavonoidi e presenta un tenore massimo di tetraidrocannabinolo (THC) inferiore allo 0,2% a norma del Regolamento UE 2003/1782.

 

Alain Fontbonne
Unité de Médecine de l’Elevage et du Sport, Ecole Nationale Vétérinaire d’Alfort, 7 avenue du Général de Gaulle, 94700, Maisons-Alfort, France

Incredibilmente, la riproduzione dei piccoli animali è un argomento piuttosto recente nel campo della riproduzione animale. A rivelarlo è un prestigioso articolo del settembre 2020, apparso sulla rivista “Theriogenology”.

Con esempi pratici, l’articolo esamina le principali cause che possono impensierire il veterinario, quando un cane o un gatto manifestano difficoltà a riprodursi. Evidenzia che in letteratura è difficile orientarsi ai fini della diagnosi e dell’approccio terapeutico, per i confini lattiginosi tra prove cliniche, a volte lacunose, e affermazioni non verificate. Inoltre, la scarsa conoscenza di alcuni processi fisiologici a cui si sommano convinzioni e comportamenti basati su studi superati e una nomenclatura opaca, rendono ancor più insoddisfacenti le informazioni reperibili.

Per il futuro si auspica che l’interesse crescente per la riproduzione di piccoli animali, influenzi in modo scientificamente corretto e riconosciuto le ricerche cliniche e le successive pubblicazioni scientifiche.

 

I batteri tindalizzati sono dei ceppi batterici sottoposti ad un particolare trattamento termico che li ha “inattivati”, quindi resi incapaci di metabolizzare e riprodursi.
La loro attività pertanto non è riconducibile alla possibilità di generare nuova progenie e di colonizzare direttamente un sito fisiologico; il riferimento quindi all’unità di misura in UFC/g è relativo alla concentrazione di partenza della coltura che viene sottoposta a tindalizzazione.

Il loro apporto costituisce una “base” su cui, a livello intestinale, si va a ricostituire un substrato adatto alla ricolonizzazione della flora simbiotica e contemporaneamente si assiste ad un contrasto dell’insediamento e dello sviluppo di tutti i ceppi patogeni o dannosi. Ciò sembra possibile grazie alle macromolecole che costituiscono le pareti cellulari batteriche dei tindalizzati (Batteriocine).

I batteri tindalizzati vengono trattati termicamente insieme al loro terreno di coltura, costantemente controllato ed ottimizzato, che contiene quindi anche le sostanze prodotte dal loro metabolismo. Il liofilizzato così ottenuto contiene quindi sia le parti cellulari che le sostanze del normale metabolismo dei ceppi (vitamine, glicoproteine, micronutrienti), pertanto può risultare efficace quanto l’apporto degli stessi ceppi vivi nelle stesse condizioni. In particolare i batteri tindalizzati sono consigliati quando si è in presenza di situazioni importanti di squilibrio e disbiosi intestinale, tali che un trattamento iniziale con cellule vive, visto Essi quindi possono fare da precursori alla ricolonizzazione successiva di ceppi viventi.

Gli alimenti per cani e gatti che contengono batteri tindalizzati non possono essere definiti “Probiotici”, in quanto non possono direttamente apportare all’organismo un inoculo di cellule batteriche vitali che vanno poi a colonizzare i vari distretti intestinali. Il loro effetto fisiologico è quindi più simile ad un effetto “prebiotico”, in quanto ostacola l’insediamento di germi patogeni, stimola il sistema immunitario e il benessere generale, e facilita l’insediamento di una flora batterica benefica. Tutto ciò però con una specificità, efficacia e funzionalità inarrivabile ai classici prebiotici, in quanto la loro assunzione apporta i componenti assolutamente specifici ed esclusivi della presenza e dell’attività dei ceppi probiotici.

I ceppi tindalizzati possono essere pertanto definiti come “SIMBIOTICI”.

Per quanto detto, le applicazioni funzionali dei ceppi tindalizzati possono essere le stesse di quelle dei ceppi vitali, specie quando si è in presenza di forti disturbi acuti o cronici, quando cioè la vitalità dell’inoculo batterico è altamente improbabile in quanto ha luogo su un terreno estremamente compromesso dal punto di vista biochimico e biologico, come in caso di diarrea acuta e cronica e disbiosi associata a trattamenti antibiotici.

I tindalizzati, in questi casi, assicurano 3 esclusive ed importanti funzioni:

  • Apportano sostanze che stimolano la reazione del sistema immunitario dell’ospite e che sostengono il suo stato di benessere.
  • Ostacolano la permanenza e la proliferazione ulteriore di ceppi batterici patogeni.
  • Ripristinano le condizioni metaboliche ottimali della mucosa intestinale per l’insediamento e lo sviluppo di ceppi probiotici.

Pertanto, nella pratica clinica, essi vengono utilizzati nella formulazione di mangimi complementari, anche dietetici, che evidenziano una particolare praticità ed efficacia di utilizzo. Non resta quindi che dare il “benvenuto” ai nuovi mangimi complementari che utilizzano questa nuova tecnologia tra i quelli che normalmente abbiamo a disposizione da somministrare ai nostri amici animali.

Riccardo Orlandi, Alessandro Troisi, Emanuela Vallesi, Serena Calabrò, Alessandro Vastolo, Nadia Musco, Angela Polisca, Pietro Lombardi and Monica I. Cutrignelli. – Animals 2021, 11(1), 173; https://doi.org/10.3390/ani11010173

Vi proponiamo un recentissimo articolo italiano, che nella prima parte mette in relazione l’alimentazione della madre con l’efficienza riproduttiva. Sulla nostra pagina web, nel consueto aggiornamento, è pubblicata la seconda, incentrata sul periodo di allattamento e la successiva performance di crescita dei cuccioli.

L’efficienza riproduttiva è importante e determinante per la continuità delle speci. Molteplici fattori, quali malattie infettive, stato ormonale e nutrizione, possono influenzare la fertilità femminile. Come dimostrato dall’elevato numero di neonati per parto e dal corretto sviluppo fetale, lo stato nutrizionale all’accoppiamento e una corretta gestione nutrizionale durante la gravidanza sono fondamentali. In questo studio, due diete con diversi ingredienti (fonti di proteine e lipidi) e diverse concentrazioni di macro e micronutrienti (proteina grezza, profilo di acidi grassi, vitamine e concentrazione di minerali) sono state somministrate da due mesi prima dell’inizio previsto del proestro al parto, a 18 femmine divise in due gruppi. La dieta sperimentale, più ricca di proteine, acidi grassi essenziali e polinsaturi e vitamine, rispetto alla dieta di controllo, sembra in grado di garantire una migliore presentazione clinica dell’estro, un ottimo sviluppo embrionale nel primo terzo di gravidanza con una minore incidenza di un riassorbimento fetale.

 

 

Enea Ferlizza, Gloria Isani, Francesco Dondi, GiuliaAndreani, Katerina Vasylyeva, Elisa Bellei, André M.Almeidad ,Manolis Matzapetakise.
Journal of Proteomics; Volume 222, 30 June 2020, 103795

Questo recente articolo propone nuovi sbocchi per lo studio del metaboloma e del proteoma urinario: sicuramente un approccio al momento avveniristico per la diagnosi e monitoraggio di una patologia di comune riscontro clinico, ma che ci permette di calare nella quotidianità le potenzialità offerte dallo studio del microbiota (e derivati) dell’apparato urinario.

La malattia renale cronica (CKD) è una malattia progressiva e irreversibile. Sebbene l’urina sia un campione biologico ideale per studi di proteomica e metabolomica, attualmente nei cani mancano biomarcatori sensibili e specifici. Questo studio ha caratterizzato il proteoma e il metaboloma dell’urina del cane con l’obiettivo di identificare e possibilmente quantificare biomarcatori putativi di CKD nei cani. Sono stati selezionati ventidue cani sani e 28 cani con CKD spontanea e sono stati raccolti campioni di urina. Il proteoma urinario è stato separato mediante SDS-PAGE e analizzato mediante spettrometria di massa, mentre il metaboloma urinario è stato analizzato in campioni impoveriti di proteine mediante spettri 1D 1H NMR. Le proteine più abbondanti nei campioni di urina di cani sani erano uromodulina, albumina e, in cani maschi interi, arginina esterasi. Nei campioni di urina di cani con CKD, le concentrazioni di uromodulina e albumina erano rispettivamente significativamente inferiori e superiori rispetto ai cani sani. Inoltre, questi campioni erano caratterizzati da un pattern proteico più complesso che indicava proteinuria mista glomerulare (bande proteiche ≥65 kDa) e tubulare (bande proteiche <65 kDa). Gli spettri urinari acquisiti mediante NMR hanno permesso l’identificazione di 86 metaboliti in cani sani, appartenenti a 49 differenti vie coinvolte principalmente nel metabolismo degli aminoacidi, nella biosintesi delle purine e degli aminoacil-tRNA o nel ciclo degli acidi tricarbossilici. Diciassette metaboliti hanno mostrato concentrazioni significativamente diverse quando si confrontano cani sani e CKD. In particolare, la carnosina, la trigonellina e il cis-aconitato potrebbero essere suggeriti come biomarcatori putativi della CKD nei cani.

L’urina pertanto si conferma come campione biologico ideale e grazie a questa ricerca, applicando un approccio multi-omico, sono state acquisite nuove intuizioni riguardo ai cambiamenti molecolari innescati da questa malattia nel proteoma e nel metaboloma urinario canino. In particolare, è stato evidenziato il coinvolgimento della componente tubulare, suggerendo uromodulina, trigonellina e carnosina come possibili biomarcatori di CKD nei cani.

 

Erin N. Burton, Leah A. Cohn, Carol N. Reinero, Hans Rindt, Stephen G. Moore, Aaron C. Ericsson

Questo articolo rappresenta il punto di partenza per approfondire le competenze circa il microbioma urinario: prima di conoscere una condizione di malattia, dobbiamo avere chiara la condizione di salute.

La vescica urinaria nei cani sani è stata dogmaticamente considerata priva di batteri. Questo studio ha utilizzato tecniche indipendenti dalla cultura per caratterizzare il microbiota urinario canino sano.

Per l’estrazione del DNA sono stati utilizzati campioni di urina raccolti mediante cistocentesi antepubica da cani senza infezione urinaria. Campioni del tratto genitale e del retto sono stati raccolti simultaneamente dagli stessi cani. Dopo aver escluso 4 cani con batteri coltivabili, sono rimasti campioni di 10 cani sterilizzati maschi (M; 1 intatto) e 10 femmine (F). Tutti i campioni hanno fornito materiale genetico adeguato per l’analisi. Quattro taxa (Pseudomonas sp., Acinetobacter sp., Sphingobium sp. E Bradyrhizobiaceae) hanno dominato il microbiota urinario in tutti i cani di entrambi i sessi. Questi taxa sono stati rilevati anche nei tamponi genitali di entrambi i sessi, mentre il microbiota rettale differiva sostanzialmente dagli altri siti di campionamento. L’analisi dei componenti principali (PC) da PC1 a PC3 ha mostrato una sovrapposizione del microbiota urinario e genitale e una netta separazione dei tamponi rettali dagli altri siti di campionamento.

Sorprendentemente, il microbiota urinario (media # OTU 92,6 F, 90,2 M) era significativamente più ricco del microbiota genitale (67,8 F, 66,6 M) o rettale (68,3 F, 71,2 M) (p <0,0001), senza differenze tra i sessi a qualsiasi sito di esempio.

Pertanto emerge chiaramente come la vescica urinaria canina non è un ambiente sterile e possiede un microbiota unico e diversificato rispetto al microbiota rettale e genitale. Non c’era differenza tra i sessi in qualsiasi sito di campionamento del microbiota (urina, genitale e rettale). Il genere batterico predominante per entrambi i sessi nelle urine e nei tratti genitali era Pseudomonas sp.